Recensione 🖋 Donne in fuga - Maria Serena Mazzi

"Ma dove stiamo, nel Medioevo?!"

Siamo sinceri: quante volte, mezzi increduli mezzi sconsolati, ci siamo posti questa domanda, fra diritti non riconosciuti, family day, mammine pancine del Signor Distruggere e chissà quante altre amenità? La maggior parte delle volte, il richiamo al Medioevo scatta automatico quando si dibatte su questioni di genere e sulle condizioni di vita delle donne. Ma quanto ne sappiamo davvero? A parte supposizioni e deduzioni tratte dallo studio di questo periodo storico, riusciamo davvero ad immaginare quale potesse essere la quotidianità di una donna vissuta nel XII, XIII, XIV secolo?

Leggendo Donne in fuga. Vite ribelli nel Medioevo di Maria Serena Mazzi è possibile avere una percezione quasi tangibile del filo sottile ma resistentissimo che congiunge le esistenze di tutte le donne, dalla notte dei tempi: una lunga storia costellata di violenze, soprusi, umiliazioni, ma anche di ribellione e continui tentativi, il più delle volte disastrosi, di conquistare la propria libertà o anche solo di assaggiarne un pezzettino. In una realtà maschilista e patriarcale in cui le convenzioni sociali e le consuetudini, alimentate dalle credenze religiose, erano più forti della legge, l'unica possibilità che le donne avevano per sottrarsi a situazioni insostenibili causate da sciocche regole non scritte, padri padroni, mariti violenti, era la fuga.

Non si trattava di certo di un atto di vigliaccheria, ma era quanto di più coraggioso queste donne potessero scegliere di fare. Innanzitutto perché, appunto, si trattava di una scelta, qualcosa che, figuriamoci, non era loro concesso. E poi perché si trattava di una fuga dagli uomini, dalla loro autorità, dal loro potere, il che le metteva fin dal primo istante in una situazione di grande pericolo e solitudine. Si fuggiva dalla famiglia o si cercava rifugio nella famiglia per sfuggire ad un matrimonio a dir poco infelice, si fuggiva nei conventi per evitare nozze combinate e non volute o si tentava di fuggire dai conventi, quando ci si ritrovava rinchiuse contro la propria volontà. Nei casi più estremi, quando proprio non era rimasta nessuna alternativa, si ricorreva ad una fuga ben più tragica ma comunque, in un certo senso, liberatoria: il suicidio.

Dalla lettura di carte processuali, contratti, epistolari, è stato possibile ricostruire e ricordare le vite di alcune di queste donne che, se non fosse stato per questi brevi scritti in cui vengono menzionate di sfuggita alcune vicende che le riguardano, sarebbero precipitate nell'oblio come tutte le altre, come se non fossero mai esistite. Vengono sì citate alcune fra le più famose, ormai entrate nella storia e nella leggenda, come Giovanna D'Arco o Eleonora d'Aquitania, o comunque appartenenti all'aristocrazia (meno fortunate di quanto si possa credere), ma ampio spazio viene dedicato, giustamente, anche alle donne della media borghesia.
Si viene così a conoscenza, ad esempio, della vicenda di tale Cristina, figlia di un mercante inglese, fatta fidanzare a sua insaputa, portata all'altare a forza nonostante i suoi ripetuti rifiuti e in seguito perseguitata dai suoi stessi genitori perché il matrimonio venisse consumato.
Per quanto riguarda i ceti più umili, è vero che non c'era la preoccupazione tutta aristocratica di stringere alleanze strategiche tramite matrimonio, ma questo era comunque attentamente ponderato e di certo non risparmiava le donne dall'infelicità: ad un'unione combinata, infatti, si aggiungeva il fardello di un'esistenza vissuta nella miseria.
La preparazione a un buon matrimonio era un affare di donne, per le donne. Nessun trattato educativo, nessun insegnamento familiare educava i giovani maschi a un comportamento virtuoso nella relazione matrimoniale.
Ciò che colpisce è l'attenzione ossessiva e maniacale che l'intera categoria maschile, forte dell'appoggio di Chiesa, società ed opinione pubblica, riservava al controllo della vita delle donne. Ogni donna veniva considerata per natura portatrice sana di peccato, e proprio per questo doveva essere perennemente tenuta d'occhio e al sicuro per tenerla lontana da eventuali "tentazioni" che di certo, prima o poi, l'avrebbero corrotta. L'isolamento forzato, chiaramente, era giustificato con la storia dell'onore da conservare, che faceva vivere nel costante timore della vita fuori casa che poteva portare ad essere irrimediabilmente marchiate dalla "mala fama".

Con una notevole dose di mitomania con contorno di un certo perverso gusto per la tortura e le vicende più scabrose - che avrebbero fatto la felicità di intere generazioni di psicanalisti, da Freud in poi -, l'intera società concorreva quindi a controllare, perseguitare, inibire tutte quelle donne che, in un modo o nell'altro, si rifiutavano di chinare la testa e, in caso di indole più remissiva, si agiva comunque preventivamente. La ragione che portava a spendere così tante energie nel controllo delle donne va ricercata solo in un'antica paura di ciò di cui queste avrebbero potuto essere capaci, se solo fossero state lasciate libere. Tant'è vero che, quando proprio non si riusciva ad imbrigliarne una, scattava l'accusa di stregoneria, di collusione col Maligno. L'impressione è che gli uomini di quest'epoca temessero di trovarsi al cospetto di migliaia di discendenti non di Eva ma addirittura di Lilith, in diretto contatto con il Male, con l'unico scopo di corrompere gli uomini, la cui condotta casta e piena di virtù è rinomata.


Questo e tanto altro in una lettura breve, scorrevole, che non stupisce più di tanto ma fornisce prove concrete di secoli di ingiustizie facendo nascere, in chi legge, una rabbia sana e costruttiva.
Al pari delle eretiche, delle donne dotate di virtù profetiche e straordinarie, delle visionarie, delle religiose che leggono il Vangelo e si fanno ministre, le streghe inquietano. Di più, certo, perché sono in contatto con la potenza del male, perché il diavolo le ispira e le possiede, perché sono capaci di malefici e di incantesimi e di mutare per sempre la vita di una persona. E anche perché sanno, sono sapienti, di una sapienza antica e oscura, tramandata da donna a donna, da maestra a discepola, da strega a strega desiderosa di imparare. E chi sa insegna, parla, trasmette, racconta di erbe che guariscono, di filtri che possono far innamorare, di formule recitate al cospetto della luna, di maledizioni lanciate per punizione e per vendetta. Istruisce, insomma. Esiste qualcosa di più biasimevole per una donna?
Voto
Donne in fuga di Maria Serena Mazzi
Maria Serena Mazzi
Donne in fuga

il Mulino
1 giugno 2017
brossura • 180 pagine
€ 14.00 • amazon.it
Nel Medioevo le donne vivevano in una rigida sottomissione. Non assecondare la volontà della famiglia, non ubbidire agli uomini, padri, mariti o padroni, manifestare indipendenza di giudizio o di comportamento facevano di loro delle ribelli. Ma non sono mancate sante, regine, badesse, semplici monache, umili contadine, serve, schiave, eretiche, streghe, prostitute che hanno scelto di sottrarsi a destini segnati, resistendo, opponendosi, fuggendo. Donne decise a viaggiare, conoscere, insegnare, lavorare, combattere, predicare. O semplicemente a difendersi da un marito violento, da un padrone brutale. O a salvarsi la vita, scampando ai roghi dell'Inquisizione. Da Margery Kempe a Giovanna d'Arco, da santa Brigida a Eleonora d'Aquitania, alle tante ignote o dimenticate donne in fuga verso la libertà.
L'autrice
Maria Serena Mazzi è professore ordinario di Storia medievale; ha insegnato nelle Università di Firenze e Ferrara. Tra i suoi libri: Prostitute e lenoni nella Firenze del Quattrocento (Il Saggiatore, 1991), Toscana bella (Paravia, 1999), Gente a cui si fa notte innanzi sera (Viella, 2003); Come rose d’inverno (2004) e I labirinti del potere (2010), entrambi per Nuovecarte; per il Mulino In viaggio nel Medioevo (2016).

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