Recensione 🖋 Novantaquattro - Matteo Giordano

Se siete dei bazzicatori medi dell'internet e dei social network, senz'ombra di dubbio avrete prima o poi beccato, anche più volte, dei concentrati di saudade, delle vere e proprie operazioni amarcord: le raccolte a tema anni 90. Chiunque ora abbia tra i trenta e i quarant'anni si immerge in questa sorta di melassa agrodolce fatta di VHS, walkman, cartoni giapponesi quelli belli di quando ero piccol* io, tamagotchi, Principe di Bel Air e NES, il tutto vorticosamente mischiato su uno sfondo di colori fluo dal pattern improbabile. E, sì, in tutto ciò ci sguazzo masochisticamente anch'io (argh).

Questo mesto coming out era necessario per introdurvi nell'atmosfera di Novantaquattro di Matteo Giordano, gentilmente inviatomi dalla Nativi Digitali, una vera e propria fotografia che immortala quel periodo di incasinatissima transizione che è il passaggio dalla scuola media alle superiori.

Novantaquattro di Matteo Giordano

In una piccola cittadina del Nord Italia, in compagnia del Dani, lo Ste, il Giamma, la Vale e la Flors si rivive il '94 come solo dei tredicenni possono averlo vissuto. Si riprovano le sensazioni, forse un po' accantonate ma mai dimenticate del tutto, degli anni delle medie, di quel senso di inadeguatezza che si tentava di soffocare esasperando atteggiamenti, modi di parlare, ed ostentando una maturità che era impossibile avere (col risultato, ovviamente, di sembrare esattamente ciò che eravamo: dei goffissimi buffoni). Prepuberi da manuale, i nostri protagonisti si ritrovano in quell'anno di transizione in cui si vive sospesi tra infanzia e adolescenza, oscillando tra il voler essere dei bad boys rispettati e temuti e l'essere tenuti a cuccia dai mille scrupoli derivanti dall'essere degli irriducibili bravi bambini. Si procede per tentativi, insomma, non essendo preparati ad affrontare i primi assaggi di maturità.
Diventare grandi non è mai un traguardo da passare, non succede in un giorno preciso, semplicemente d'improvviso ci si guarda indietro e ci si rende conto di non essere più così, come nella fotografia della carta di identità, che smette di assomigliarci nel momento in cui la appiccichiamo.
Con l'eco della celeberrima Tapparella di Elio e le Storie Tese, inno di tutti i novelli adolescenti sfigati ed emarginati, (ma anche, in misura minore, de Il ritmo della sala prove), ho zigzagato fra scene mute durante le interrogazioni, richiami in presidenza, primi - disastrosi - approcci con l'altro sesso, impegni con gli amici che immancabilmente sembravano questioni di stato, faide fra gruppi in stile I ragazzi della via Pál.

Tutto qui? Non direi proprio, dato che tutto il contesto storico sullo sfondo è ucronico, cioè alternativo a quello che conosciamo. Ci si ritrova così in un mondo in cui Blake Bain, leader dei Nirvana, si fa solo saltare un orecchio sparandosi per sbaglio, un certo Bernasconi, proprietario di un'azienda leader di biscotti, scende in politica dopo aver comprato l'Inter, e Roberto Baggio non sbaglia l'ultimo rigore dei mondiali USA '94.

Avvenimenti fantastici a parte, Novantaquattro ha saputo riportarmi a certe precise atmosfere che ho sì vissuto, ma che non sono riuscita a godermi appieno come i protagonisti di questo romanzo, perché a quell'età ci sarei arrivata solo qualche anno dopo, quando quel mix di tradizione ed innovazione, di tamarrate assurde e di figate pazzesche che sono stati gli anni '90 erano ormai agli sgoccioli.

Solo qualche piccolo dettaglio mi ha fatto storcere il naso: troppi puntini di sospensione nei dialoghi (ne sarebbero bastati meno), alcuni refusi e, a volte, veri e propri erroracci (C'è ne ho un altro... 😱 correttore di bozze, dove sei?!).
Per come la vedo io, inoltre, avrebbe potuto essere un pochino più corto, omettendo alcune divagazioni sulle eroiche partite al campetto, spesso descritte fin nei minimi dettagli tanto da sembrare quasi delle radiocronache, che mi hanno un po' annoiata e rallentata nella lettura (ma vabbè, so' gusti). Ho trovato molto più coinvolgenti i brani sulla musica, ascoltata e suonata dai protagonisti, fra riferimenti a Nirvana, Beck e rivisitazioni in chiave punk dei tormentoni nati dal programma culto di quegli anni, Non è la Rai.

A parte questo, l'ho trovata una lettura piacevole, mi sono immedesimata all'istante nelle vicende raccontate da Matteo Giordano con una giusta dose di ironia e sarcasmo. Apprezzo sempre molto chi dà prova di non aver dimenticato sensazioni, emozioni, timori della primissima adolescenza.
Voto

Novantaquattro di Matteo Giordano
Matteo Giordano
Novantaquattro

Nativi Digitali
28 giugno 2016
brossura • 592 pagine • € 16.00
eBook € 4.99 • amazon.it
Durante una festa di capodanno, per i tre amici quattordicenni Dani, Ste e Giamma il Novantaquattro inizia con una finestra rotta da un petardo e un due di picche clamoroso: chi ben comincia... Eppure, nella sonnacchiosa città di provincia che è un po' il loro regno, si prospetta un anno dal sapore epico, tra tornei di calcetto presi un po' troppo sul serio, "mosse Sid Vicious", professori carogne, rivalità di quartiere, bravate di ogni genere e, ovviamente, le prime disastrose esperienze sentimentali... Il "novantaquattro" che Matteo Giordano ci racconta attraverso gli occhi di tre adolescenti è un omaggio all'Italia degli anni '90 e alle sue contraddizioni, ma chi quegli anni li ha vissuti, scoprirà che l'autore si è divertito a giocare con la storia, immaginandosi un anno in cui il leader dei Nirvana sbaglia mira, e i risultati sportivi e elettorali prendono pieghe inaspettate... Un po' "teen comedy", un po' romanzo di formazione e un po' ucronia, "novantaquattro" è un viaggio nel tempo e nella cultura pop che entusiasmerà gli adolescenti di oggi... e di ieri.
L'autore
Matteo Giordano dice di sé:

"Sono nato nell’anno in cui hanno scoperto la P2 mentre Fulvio Collovati siglava il gol dell’1-0 contro il Lussemburgo. Dopo anni passati a minacciare di farlo, finalmente mi sono trasferito a Londra in tempo per beccarmi gli Hipsters, il Royal Wedding, le Olimpiadi e il primo inutile gol di Mario Balotelli alla Coppa del Mondo.
Odio le lettere maiuscole e ho la fissa dei due puntini alla fine delle frasi. Sono vintage, per non dire vecchio dentro, preferisco i Beatles ai Rolling Stones, ascolto pochissima musica moderna e aspetto invano la reunion degli Oasis.
Vivo a due passi da Abbey Road e per fare il figo ostento insofferenza ogni volta che passo vicino alle strisce pedonali e ci sono orde di turisti che attraversano bloccando il traffico.
Dopo altri anni a minacciare di farlo ho finalmente scritto un romanzo (senza prendermi un anno sabbatico come fanno quello seri) che punta a vedere 60 milioni di copie, nel qual caso giuro che smetterò di scrivere…"

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