26.5.17

• Quote of the Week #16 •

Ma salve, lettori!
Rieccoci col Quote of the Week del venerdì!
Ogni venerdì, per chiudere in bellezza una settimana di impegni e stress e prepararsi al weekend con un po' di sano filosofeggiamento, posterò una o più citazioni particolarmente interessanti e profonde - ma anche no - tratte dalle mie letture dei giorni precedenti!
Controindicazioni: Attenzione. Maneggiare con cautela. Il rischio di passare venerdì e sabato sera ad interrogarsi su chi siamo, perché siamo, dove andiamo e da dove veniamo è concreto. Si consiglia, dopo la somministrazione, l'ascolto di canzoni MOLTO pop o la visione di film o programmi TV moderatamente trash, per controbilanciare l'elevato grado di intellettualitudine di questi post. Si prega di non considerare la sottoscritta responsabile di eventuali conseguenti sbornie tristi.

Causa incasinamenti vari che mi hanno completamente stravolto la tabella di marcia delle letture, non ho ancora terminato Borderlife di Dorit Rabinyan, quindi anche per questa settimana vi propongo un brano sempre da questo libro, che mi sta davvero piacendo (nonostante la protagonista mi faccia innervosire come poche), ma odio, ODIO non avere molto tempo da dedicarvi. Per dire: ieri ser-... notte *ehm* ho fatto di nuovo le due per portare avanti un minimo la lettura e, che ve lo dico a fa', le mie occhiaie ringraziano sentitamente. 😅
Poche lamentele, ecco la citazione della settimana!
Eravamo al culmine di una di quelle sfiancanti e inconcludenti discussioni in cui ci imbarcavamo all'inizio dell'inverno. Pieni di fede e ingenuo fervore, cercavamo ancora di persuaderci a vicenda, di convincerci, di ammorbidire le nostre rispettive posizioni o di distruggerle, di impartire, implorare, tornando sempre alla solita e sterile diatriba, sempre uguale a se stessa, in cui ci buttavamo sbraitando con disperata veemenza. Ero più che altro io che gridavo, ero io che m'infuriavo in un secondo, che andavo fuori dai gangheri. Come se mi scivolasse dentro un demonio non appena si cominciava a parlare di politica. Lo odiavo. Odiavo quella furia, quel furor sacro che mi prendeva, quella collera ostile, quel ribollire, quel digrignare i denti. Odiavo il sapore amaro della sconfitta alla fine, la frustrazione, l'amarezza del dopo. Le interminabili ed eterne rivendicazioni che giravano a vuoto, il paradosso implicito, insolubile, invincibile e beffardo come una forza della natura.
Sin quando una notte, sfiniti e irritati dalla discussione trasformatasi in un aspro litigio, lacrime, porte sbattute, avevamo deciso di chiudere la faccenda e ci eravamo giurati di non parlare più di politica.
Dorit Rabinyan
Borderlife

Longanesi • 28 aprile 2016
rilegato • 373 pagine
€ 16.90 • amazon.it
È autunno, a New York. Il secondo senza le Torri. Liat ha appena conosciuto Hilmi e gli cammina accanto nel pomeriggio che imbrunisce, mentre pensa: Non hai già abbastanza guai? Fermati, finché puoi! Ma fermarsi non può, perché, nonostante le ferite, la magia della Grande Mela è ancora intatta, e Hilmi ha gli occhi dolci e grandi, color cannella, riccioli neri e un sorriso infantile che spezza il cuore. Lei è di Tel Aviv, fa la traduttrice e si trova negli USA grazie a una borsa di studio. Ha servito nell'esercito e ama la sua famiglia (Che cosa penserebbero, se lo sapessero?). Lui vive a Brooklyn e fa il pittore, e nei suoi quadri c'è sempre un bimbo che dorme e sogna il mare, quel mare di cui da ragazzo poteva cogliere appena un lembo, da lassù, al nono piano di un palazzo di Ramallah. Che questo amore sia un'isola nel tempo, si dice lei. Un amore a cronometro, un amore a scadenza, la stessa indicata sul visto, la stessa impressa sul biglietto del volo di ritorno per Israele, verso la vita reale. Finché, mentre oscillano tra l'ebbrezza della libertà e il senso di colpa, scoprendosi accomunati dalla nostalgia per quello stesso sole e quello stesso cielo, la vita reale non bussa davvero alla loro porta...

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